ELEZIONE TAVECCHIO. LA REPUBBLICA DELLE BANANE CONTINUA..

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Banana party e Repubblica delle Banane. A questo fa pensare Tavecchio, esultante e piangente dopo l’elezione alla presidenza della Federcalcio.

Nello stesso momento Lotito, con gli occhi sgranati e la bava alla bocca gridava: “L’avemo ammazzati, l’avemo ammazzati”, riferendosi ai suoi avversari politici, abbracciato da Preziosi e Galliani, gli artefici del successo di Tavecchio. Scene grottesche, scene scimmiesche. Ma il calcio italiano ci ha abituato a questo ed altro.

Su questo argomento pubblichiamo il bell’articolo di Oliviero Beha (tratto dal sito olivierobeha.it), sempre puntuale nell’analizzare la situazione calcistica italiana.

Inevitabile, secondo Beha, arrivare all’elezione di Tavecchio, l’anello che completa il marciume del nostro sistema calcio.

“La situazione grave del nostro calcio trasforma la democratica elezione di Tavecchio – al terzo scrutinio dei 274 delegati – a presidente della Federcalcio in un burlesque in cui il convento passa di tutto, meno che la affidabile speranza che questa balorda Rotondolandia possa davvero cambiare. E non perché il brianzolo Carlo sia un babau peggiore di Albertini o del dimissionario Abete che lo ha preceduto nel seggio.

No, siamo lì, e non mi impressiona particolarmente la famigerata gaffe del medesimo su quello che “mangiava banane”, che ha scatenato la bagarre mediatica di queste ultime settimane.

Il punto è che Tavecchio pare essere il metro del pallone contemporaneo.

Quello di due Mondiali consecutivi che hanno visto uscire la Nazionale al primo turno come mai da mezzo secolo a questa parte. Quello di un campionato decaduto in denaro, appeal, qualità dei giocatori e dello spettacolo, e cresciuto solo nel teppismo da stadio. Quello di un calcio stravolto nei vivai e aduso ad abrogare qualunque forma di etica e di lealtà sportiva, affogate in un mare di impicci di cui tutti i delegati di ieri sono benissimo al corrente, anche se ipocritamente volgono lo sguardo da un’altra parte.

Perché non Tavecchio, uscito come cavallo da tiro avanti a tutti dall’assemblea di Lega di A ancora presieduta dal buffo Beretta, che candidamente si dimette a giorni dispari, per poi affermare a giorni pari che di calcio non se ne intende, vocato com’è alle relazioni istituzionali di Unicredit?

Perché non Tavecchio votato dalla Lega Dilettanti da lui presieduta e trasformata in quindici anni in un business assai redditizio, dalla lega Pro, dalla Lega B e avversato solo dalle componenti tecniche, (leggi il sindacato calciatori e quello allenatori pro-Albertini) più per una questione di specie nei confronti dell’ex giocatore del Milan che per un reale apprezzamento, e da un fronte sgretolato di club di A?

Perché non Tavecchio se una copiosa maggioranza istituzionale di “questo” calcio lo preferisce ad altre ipotesi? Mi sembra tutto consequenziale.

Il pallone come il Paese sta rotolando giù per un piano inclinato? E dunque perché preoccuparsi di rimettere in asse il piano italiano (del calcio, del Paese) con l’aiuto di tutti, se quello che vogliono è continuare così, con Abete, senza Abete, con tutto il cocuzzaro di una dirigenza sportiva (Lotito, Galliani…) per lo più omologa a questo andazzo?

La vera notizia sarebbe stata che prima, molto prima dell’Assemblea dell’Hilton di Fiumicino, in questi ultimi anni, dopo lo schiaffone di Calciopoli affibbiato soltanto al Barbablu Moggi, i club, le Leghe, i sindacati del settore avessero creato le condizioni per degli Stati Generali Rotondocratici atti a modificare le cose in profondità, con uno straccio di serietà, in un paesaggio deformato dalla gravità.

Macché, non è fregato niente a nessuno, si sono tenuti Abete per comodo, ognuno per gli interessi del singolo, del club, della categoria, misurando tutto soltanto sul potere e sul metro dei diritti tv e nulla su quello dell’importanza socioeconomica, e quindi della responsabilità politica del pallone in Italia.

Con Abete si sono tenuti anche Tavecchio e Albertini e adesso, in extremis, hanno scoperto (ma non ratificato) l’impresentabilità di tutti e del tutto.

Ma bravi, coerenti e lungimiranti insieme. Eleggere Tavecchio è stato dunque conseguente, nello spettacolare paradosso per il quale il pezzo mancante per completare il puzzle era proprio lui.

Ma il problema vero è il puzzle marcio, come dovrebbe essere evidente a qualunque osservatore di buona volontà.

Il resto è mala fede, opportunismo, approssimazione. Pensate: gli effetti disgraziatissimi al limite del ridicolo del nostro calcio giocato rischiano di risultare addirittura un pelo meno peggio di quello amministrato. Non so se rendo abbastanza l’idea…”

Oliviero Beha

 

Autore

SampGeneration

Il blog della Sampdoria

12 commenti

  1. Segnatevi chi ha votato Tavecchio secondo gli ordini di Galliani, Lotito e del loro leccapiedi Preziosi e chi non lo ha votato; quest’anno in campionato ne vedremo delle belle.

  2. Pochi giorni fa Edorardo Garrone, che per inciso è per me sempre una Fonte, aveva espresso il concetto con molte meno parole: «Una Lega litigiosa e in mano a persone che non pensano al bene comune, ma solo al proprio tornaconto. E’ un posto dove si fa un passo avanti e dieci indietro a costo di enormi sacrifici. Dopo un tracollo come quello in Brasile, non siamo capaci di trovare le contromisure giuste»

  3. In questo allucinante contesto (Tavecchio, pluricondannato per diversi reati, Lotito, condannato per aggiotaggio e frode sportiva, Preziosi ect) il nostro presidente mi sembra a suo agio.
    Sentendolo su Sky fare simpaticamente scempio della lingua italiana (a proposito, avete capito per chi ha votato?), mi è ritornato in mente un passo del pezzo, intitolato “Coatto unico”, dedicatogli da Gramellini: ” All’alba del Mondiale un nuovo astro pallonaro si staglia nei cieli dell’italianità per ricordarci da dove veniamo e perché rischiamo di non andare mai da nessuna parte. Impossibile, per gli appassionati del genere epico-horror, non rimanere affascinati da un Paese capace di sfornare a getto continuo personaggi come quello a sinistra nella foto … Nella sfilata delle eterne maschere italiane, il maneggione simpatico sta alla Roma da magnare come il cumenda fanfarone alla Milano da bere. Il modello originale è Bernardo Tanlongo, faccendiere della Banca Romana di fine Ottocento, che aveva per tutti una barzelletta in tasca e una promessa inaffidabile in bocca. Peccato che all’epoca non esistesse ancora il calcio, calamita irresistibile per certi fenomeni. Il mistero non è perché l’italiano a sinistra della foto abbia comprato la Sampdoria, ma perché quello a destra – il serio, algido, alieno Garrone – l’abbia venduta proprio a lui “.
    Grazie Edoardo.
    Giacomo.

    • Gramellini è un giornalista serio e preparato, dotato di una profonda sensibilità seppur talvolta sia molto autoreferenziale. Lo stimo, ma trovo che in quell’articolo abbia peccato di qualunquismo, lasciandosi tentare dalla – fin troppo – facile stoccata contro un personaggio “monicelliano” come Ferrero. Solo il tempo ci dirà se ha avuto ragione. Ferrero dal canto suo è tutto fuorché un fine letterato ma sull’elezione di Tavecchio non mi ha fatto vergognare di lui come presidente. Si è schierato da subito contro la sua elezione e a favore di un rinnovamento. Fa sicuramente scempio della lingua italiana ma quantomeno in questo sistema non si trova del tutto a proprio agio.

    • Personalmente, già dopo un paio di giorni dalla cessione della società ho smesso di leggere considerazioni social-cultural-intellettual-autocompiaciut-radicalchic, per iniziare a osservare come veniva gestita la UC Sampdoria: cessioni, acquisti, idee per nuove strutture, etc.. Le risposte a tutti questi lamenti ho deciso di cercarle in queste cose qua.

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