POSSESSO PALLA E APERTURA DEGLI SPAZI: ECCO IL PALERMO DI DE ZERBI

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In questo momento, tra le squadre medio-piccole della serie A, il Palermo è forse l’avversario più difficile da affrontare. Sia chiaro. Non è una questione di rapporti di forza. Ne siamo convinti: dal punto di vista qualitativo, la rosa della Sampdoria è sicuramente più competitiva di quella rosanero.

Eppure il Palermo dispone di una risorsa che i blucerchiati non hanno: le idee rivoluzionarie del suo allenatore. Roberto De Zerbi, 37 anni, è soprannominato il “Guardiola italiano”. Un’etichetta scomoda che il diretto interessato non gradisce. Il tiki-taka gli piace, è innegabile. Ma De Zerbi non è un altro profeta del possesso palla esasperato. Perché il giovane tecnico bresciano, reduce dall’esperienza di Foggia dove ha fatto vedere il gioco più bello di tutta la Lega Pro, è molto di più.

Pressing a tutto campo per il recupero immediato del pallone. Il portiere che aiuta i compagni nella costruzione della manovra. Una ragnatela di passaggi spezzata all’improvviso da un’imbucata centrale dell’uomo che meno ti aspetti, magari un semplice terzino. Eccetera, eccetera, eccetera.

Tutto nasce da un colpo di fulmine. Un giorno, mentre scorrono i titoli di coda sulla sua carriera di calciatore, De Zerbi vede giocare il Barcellona di Guardiola: e se ne innamora. Il concetto chiave del suo gioco diventa il possesso palla, ma De Zerbi ci aggiunge qualcos’altro. Il fraseggio fine a se stesso non fa parte del suo bagaglio filosofico applicato al calcio: a lui piace verticalizzare, con una varietà di soluzioni di gioco, anche su calcio piazzato, che hanno fatto le fortune del Foggia.

Il suo 4-3-3 funzionava alla perfezione. Squadra corta, disposta in 30 metri di campo. Pressing continuo in ogni zolla, alla riconquista immediata del pallone. Coinvolgimento di tutta la squadra, portiere compreso, nella costruzione di un gioco che sembrava disegnato con il compasso.

Princìpi che De Zerbi, quest’anno, ha trapiantato anche in Sicilia. Ma la serie A è un altro mondo: il Palermo deve salvarsi. Cambiare per non morire: dal 4-3-3 al 3-4-2-1. Ma senza stravolgere la sua idea di calcio, basata su due concetti chiave: continuità offensiva e superiorità posizionale.

I suoi calciatori, in ogni fase di gioco, sanno cosa fare e dove mettersi. De Zerbi lo ha detto mille volte: la cosa che gli interessa di più è il modo di stare in campo, con tutta la squadra al servizio di una filosofia di gioco contraddistinta dalla volontà di fare la partita, sempre e comunque.

Il “nuovo” Palermo rispecchia fedelmente la mentalità propositiva dell’allenatore bresciano. Andando al dunque, la discriminante rispetto alla gestione Ballardini è la continua ricerca del gioco palla a terra. I rosanero non buttano mai via la palla, talvolta rischiando molto. La manovra non si sviluppa mai secondo lo stesso canovaccio e tutti, all’occorrenza, sanno costruire gioco. Ma un punto di riferimento c’è ed è rappresentato dai due esterni di centrocampo: Rispoli e Aleesami.

La loro corsa è l’arma in più della squadra di De Zerbi in fase di possesso. Le triangolazioni veloci e di prima tra gli interni di centrocampo e i due esterni consentono rapide verticalizzazioni in grado di fare malissimo alla Sampdoria, che sulle fasce, si è visto molto bene, ha grosse difficoltà.

Ma ciò che colpisce del Palermo, ancora più del fraseggio scientifico, è la capacità di aprire gli spazi offensivi attraverso un sistema rodato fatto di movimenti e contromovimenti. Spesso le squadre di De Zerbi sovraccaricano un lato del campo per muovere tutto il blocco difensivo avversario. Scelta voluta per indebolire il lato opposto, dove il terzino accorrente può facilmente sfondare. E se non si presenta l’occasione giusta? Si torna indietro e se serve fino al portiere, tenuto in posizione avanzata per avere subito la superiorità numerica ed eludere il pressing avversario.

In estrema sintesi, possesso palla intelligente e movimenti sincronizzati sono le peculiarità del Palermo di De Zerbi. Che non è un genio, ma un allenatore che al risultato preferisce la prestazione. Che, come diceva il suo mentore Zeman, “non è mai casuale”. Mentre il risultato sì…

ROBERTO BORDI

Autore

Roberto Bordi

Redazione

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