IL NOSTRO RICORDO DI VUJADIN, ULTIMO ESEMPIO DI CALCIO NOBILE

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Basta con le polemiche. Alcuni lettori ci hanno criticato perché abbiamo enfatizzato la presenza molto scarsa della società al funerale di zio Vuja. Insomma, ciascuno è libero di pensarla come vuole. Noi restiamo della nostra idea.

Ma le polemiche sono aria fritta, di fronte alla grandezza del personaggio Boskov. Per chiudere la vicenda pubblichiamo un ultimo articolo: un ricordo fatto con il cuore. Ciao Vuja!

Boskov è stato l’ultimo esempio di quello Sport con la S maiuscola che ha esalato, almeno in Italia, l’ultimo respiro proprio in quel pomeriggio di maggio del 1991.

Possiamo tranquillamente affermare che la Sampdoria ha conquistato l’ultimo titolo scevro dalle disposizioni degli sponsor, delle televisioni e dei cosiddetti poteri forti. Non siamo certo ridondanti se confermiamo ancora una volta che siamo stati, noi sampdoriani, testimoni della fine di un’epoca in cui agivano eroi “poveri” e popolari, intrisi di un’aurea di misticismo che oggi è impossibile ritrovare nei protagonisti che intasano il tubo catodico o l’universo virtuale. Boskov, di questo tramonto è stato il miglior campione della stagione in via d’estinzione, impersonando l’addio più signorile e memorabile di fronte al futuro pressante, divenuto ormai presente di calcoli e moneta.

Vujadin è stato il nostro nume tutelare per sei lunghe stagioni, sempre pervaso da un’aurea di perfezione da romanzo o da epopea antica, riuscendo ad imporsi come voce autorevole ed univoca dell’universo blucerchiato.

A tratti appariva come un Don Chisciotte armato di sola purezza contro il castello dei potenti, oppure partiva lingua in resta colpendo a destra e a manca con battute affilate e precise quasi fosse un novello Cyrano de Bergerac.

Qualche volta diventava una sorta di Ettore, dal momento che le sconfitte ci possono stare ma vanno sempre affrontate con un’epica della non vittoria propria del Labbro di Novi Sad (soprannome mutuato dal grande Mohammed Alì, noto come il Labbro di Luiswille), che lo faceva brillare più degli stessi vincitori. Lo abbiamo visto azzeccare i tempi comici come il miglior Woody Allen o dispensare saggezza lapidaria nei panni di un nuovo Wilde balcanico.

Eppure l’aspetto più intrigante sta nel fatto che tutti questi nomi del passato possono essere citati come esempi calzanti per descrivere semplici frammenti del nostro Vujaidin Boskov, il quale però ha avuto la fortuna di essere giovane e bello nel momento giusto, nella città giusta e con i colori più belli del mondo: un paladino fatto e finito, gentiluomo e guascone, che ha strappato alla storia il suo posto d’eccezione. Lui è l’eroe, lui è l’esempio e lui stesso sarà la citazione.

In questo ricordo che lo vede protagonista, il crocevia d’incontri che lo ha catapultato nel cuore di molte migliaia di persone è “quella” Sampdoria nella quale parlavano in tanti e rispondevano in molti, ma alla fine dei conti le parole che la storia riporterà come riassunto di quell’epoca d’oro appartengono tutte a quell’allenatore brillante e sorridente, lingua affilata e sguardo ardente che è stato il nostro Vuja.

Paolo Mantovani fu il santo mecenate di un’intera epoca listata dall’oro dei trionfi. Roberto Mancini, Gianluca Vialli, Toninho Cerezo e tutti gli altri giocatori sono stati gli alfieri luccicanti che hanno recitato il ruolo di protagonisti in alcune delle storie migliori di quel periodo esaltante.

Boskov è stato il cantore, il bardo allegro e colmo di versi che ha ideato la trama e poi, con ineffabile poesia, è stato in grado di svolgerla al di là di ogni fantasiosa aspettativa. D’altra parte, cosa sarebbe la storia senza le parole giuste per riportarla ai posteri?

Ecco, a pensarci bene senza Boskov nessuno saprebbe oggi quando sia giusto parlare di rigore, cosa sia esattamente Gullit nell’immaginario popolare, quando potrà finalmente giocare Hugo o quale sia la bravura esatta di Perdomo.

Ma in fondo chi ha sbagliato? Pagliuca? 

Autore

SampGeneration

Il blog della Sampdoria

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